flume studio

ILFORD

Ho imparato ad amare le foto con questa pellicola. Le nottate in cucina (camera oscura) con mio padre che mi insegnava a svilupparle. E poi vedere la foto nascere pian piano dall’acido, e poi arrestarla e poi appiccicarla sulle piastrelle e poi rivederle al mattino prima della colazione, prima di andare a scuola. Tutto in una stanza di 3 x 3. Altro che cielo. Lì c’era tutto l’universo.
Dopo uno scatto bisognava aspettare chissà quanto prima di rivedre il risultato.
Ora la frase tipica dopo una foto è “fammi vedere”.
Prima era solo un pensiero silenzioso “speriamo che sia venuta bene”.

Il digitale è un mondo stupendo (non sono certo un nostalgico e nemmeno un reazionario) – ha accorciato i tempi, è tutto più facile (non necessariamente più semplice), ma in cambio abbiamo perso qualcosa, che aveva il suo valore.
Una volta un rullino da 36 mi durava un sacco di tempo, ogni foto era vissuta, ora arrivo a 100-200 foto al giorno, ma molti sono scarti ancora prima di essere scatti, perchè c’è una pressione del dito ma il dito non è collegato con niente, spesso nemmeno con l’occhio.
C’è fretta nel premere ma non c’è l’urgenza (‘inner urge’). C’è un tentativo casuale (che può anche andare bene alle volte), non c’è uno scopo e nemmeno un obbiettivo. Nessuno lo è più.
Dobbiamo ricordarci com’era fare una foto con l’analogica e ricercare quello stato che è interiore.
E’ un’opportunità di presenza.

Il digitale è talmente potente che rischia di renderci impotenti e inconcludenti, mentre una volta con tutti quei vincoli eravamo lì, non c’erano santi.

La stessa cosa succede con tutto ciò che è diventato digitale, il disegno, la musica, la scrittura, etc.

Essere analogici in un mondo digitale può salvare il mondo

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