flume studio

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R-ESISTERE

[articolo pubblicato sul sito dell’Orlando]

In treno, di ritorno da Cortona, dove i fortezzari si sono riuniti per sentire le cose e tradurle pian piano in idee linee cose. Sto scrivendo sul mio taccuino, a mano (è così liberatorio potersi permettere di non usare il computer ogni tanto); magari sul treno è un po’ più difficile… è come se qualcuno ti desse continuamente degli spintoni sul gomito, porcaeva). Ma resisto.

Sta Stando

_ Sto pensando che le case vivono di più dell’uomo che ci vive. Tra 150 anni tutti i luoghi del mondo saranno abitati da altre persone. Sto pensando alla percezione del tempo che noi esseri (più o meno) umani abbiamo. Un secondo dura un secondo, lo sentiamo come un secondo. E allo stesso modo un anno dura un anno. Per una stella un anno dura meno di un respiro di un colibrì, un secolo è ancora poco. Per una casa anche. Non come una stella ma neanche come un uomo… Sto pensando alla Fortezza (qualcosa di nuovo per me che non la conoscevo) che è lì da un sacco di tempo, ma forse per lei è solo passato il tempo necessario per diventare qualcosa d’altro. Un periodo di transizione. In fondo una grossa nave ha bisogno di tempo per cambiare rotta. C’è una processione di eventi lenta e velocissima che porta inevitabilmente al tempo presente. Che cosa facciamo ora? E’ la domanda giusta? Non lo so. Che cosa siamo ora? Già meglio. Come relazionare la nostra percezione del tempo con quella di una casa, che vive più di noi? Come rispettarla e allo stesso tempo “invaderla” con sane idee per farla vivere in un altro modo? Dobbiamo chiederle il permesso. In fondo entriamo in un corpo e la cosa mi sa di violenza se lo fai senza pensare e senza sentire. L’altro giorno mi ha scritto Lorenzo e mi ha detto: “dobbiamo andare lassù insieme e sentire le cose col corpo”. Dobbiamo sentire con il corpo le cose che ha da dirci Lei. Poi agiremo di conseguenza. Lei e suo marito, il Genius Loci! Entrare in un posto e farsi consigliare da Lui è un’esperienza quasi mistica, perchè il linguaggio non è quello ordinario, e non parte dalla testa… Ed è un dialogo se solo siamo capaci di ascoltare e di parlare con quel linguaggio. Mi chiedo se sarò all’altezza, è inevitabile pensarlo. Ma poi il passo va fatto e sentito. Se sarò lì nel suo e nel nostro tempo allora sarò all’altezza, altrimenti no. Il posto, come un vecchio nonno, ti racconta la sua storia e tu la ascolti, non per addormentarti e sognare, ma per permettere un collegamento preciso e profondo con la storia che ti ha portato fino a qui. Ora. Difficile ma inevitabile.

[articolo pubblicato sul sito dell’Orlando]