paini.

Bruce quee

Qualche impressione sul concerto del 7 giugno 2005 di Bruce al Forum di Assago, Milano:

Fra 5 minuti mi chiameranno per mangiare, ma spero che diventino 10 perché così posso finalmente raccontarti una delle esperienze musicali (e non solo) più intense che abbia mai vissuto.
Nel pomeriggio quando noi, incolonnati come sardine, cercavamo di andare a parcheggiare, bruce ci è passato di fianco. Me lo son visto lì, a poco più di un metro, lui, dentro un furgone mercedes, tutto sorridente, con i Rayban che non nascondevano proprio nulla, se sai chi è bruce…
Lui è trasparente, questa è la sua prima qualità. Non significa che non usi maschere quando è sul palco, ma le usa con onestà e dignità, mai per nascondere, semmai per rivelare meglio lo stato d’animo del momento. C’è molto da imparare, e non ha ancora cominciato a suonare.
Il forum è un posto tra i peggiori al mondo per ospitare un concerto in solo di qsiasi cantante. Ancora peggio se il cantante è QUEL CANTANTE. Un concerto in solo, con Bruce solo, ha bisogno di quell’intimità che si può ritrovare a casa del tuo migliore amico, o dei tuoi, non in un mega-palazzetto dello sport.
Il nostro biglietto ci dice che staremo nel secondo anello, posti non numerati, il che significa: il primo che arriva, meglio (meno peggio) si accomoda. Noi non siamo tra i primi, siamo direi i terzi, e quindi troviamo posto nella zona laterale, verso il fondo del forum. Risultato: passeremo tutto il concerto (circa 2 ore emmezza) con la testa girata di 40 gradi circa rispetto al resto del corpo. Prezzo del biglietto: 50 euro + 4 di prevendita. Follia pura. Ma non è di questo che voglio parlare. Questa è solo un’Intro non in tema con il resto, che viene dopo, e che c’entra con la musica, ma non solo.
Mi chiamano per mangiare. Continuo dopo…

[Dopo un’ora passata, passato il pesto, la pasta, il pesce, il vino]

Alle 21:20 il concerto sta per cominciare, lo si capisce dalla tensione, e la tensione la capisco dalla mie gambe che vibrano a tempo di canzoni che sono già nell’aria.
Si spengono le luci. Arriva. Ma non vorrei che pensassi che per me Bruce è un idolo. Non lo è, e non voglio che lo sia. Credo che neanche lui vorrebbe essere considerato un idolo.
Uno che si sente Dio non vuole mettersi nei tuoi panni, neanche per un secondo. Il suo bello è che vuole essere a tutti i costi un uomo, né più né meno. E questo significa che forse preferisce essere trattato come un uomo, né più, né meno …lì.
Bruce entra e chiede a tutti, qta sera, di fare silenzio, così che la sua musica possa esprimersi meglio. Questa cosa mi ricorda Jarrett, quando dice che i brusii, i flash interrompono il flusso creativo. Ed entrambi hanno ragione.
Comincia il primo brano: Bruce seduto davanti ad un harmonium, anche da lontano si vedono i suoi piedi che vanno in su e in giù, e la cosa mi ricorda mia zia con la sua Singer vecchio modello.
Ora il Singer è lui, e si sente.
My beautiful rewards. Il suono dell’organo mi ricorda certi musicisti di strada immaginati e immaginari. Il clima è strano. E’ il primo shock della serata. Il secondo: il secondo brano. Irriconoscibile, ogni colpo di piede, un colpo al cuore, fino alla lacrima (lo confesso). Armonica, microfono per armonica con distorsione, piede battuto con forza contro una specie di grosso pick-up (mi viene in mente un concerto di Paco de Lucia con i ballerini che, con il piede, sono le percussioni). Ma qui è tutto più scarno, più essenziale, più duro (durissimo).
Lui canta nello stesso microfono dell’armonica, la sua voce è un lamento, c’è il fantasma di Tom Waits nell’aria e di tutto il Delta. E’ un blues come non l’avevo mai sentito. Solo a concerto terminato Elio (grazie!) mi dirà che si trattava (si tratta, perchè il ricordo è ancora lì) di Reason to Believe. Anch’io ho bisogno, ora, di una ragione per credere di non aver sognato. Perché tutto sembra tremendamente irreale.
Ma lui è lì, con il corpo e tutto il resto. Non si può suonare a quei livelli solo con il corpo. C’è sotto qualcosaltro. Blues come soul, come anima, come preghiera. Smisurata.
Bruce ha cominciato a pregare, davanti a noi, indegni creatori di flash inutili.
Ma lui riesce ad essere superiore anche a questo e chiede, con il suo sorriso (lo stesso che aveva prima, sul furgone) di non usare i flash. Lo dice in italiano; poi, dopo un po’ lo dice ancora in inglese.
Il concerto va avanti così, con una tensione che è lì, sempre.
Poi ad un certo punto, una cosa che mi graffia l’anima, anche se non so spiegarmi il motivo (ma serve davvero spiegarsi sempre tutto?): credo che sia tougher than the rest: ad un certo punto canta un strofa a circa un metro dal microfono. Lo senti lontano, più lontano, e di colpo lo senti ancora più lì. Strano. Una cosa che ripete in altri due o tre pezzi, ogni volta con sfumature diverse, ma sempre con lo stesso effetto: un uomo sta urlando dall’anima.
The River, un nuovo viaggio, ogni volta. Alla fine fa un “coro in solo”, a metà tra il lirismo nordico di Jan Garbarek e un canto gregoriano a Chiaravalle. Bruce è il fiume, in quel momento.
E il naufragar m’è dolce in questo…
Ci sono alti e bassi, ovviamente, giustamente …e poi alcuni brani di D&D non li ancora metabolizzati e li sento ancora un po’ lontani…
Non ricordo tutti i dettagli. Mi vengono in mente i monologhi tra una strofa e l’altra di Jesus, e poi il riconoscere Promised Land dal testo, solo dal testo.
Poi Dream Baby Dream. Confesso che non la conoscevo prima. Ma da quello che ho sentito, ora quella canzone è più sua che dell’autore. Sembrava posseduto, meglio: attirato verso l’alto.
Uno dei concerti più moderni che abbia mai sentito, e fatto con una chitarra (beh, più di una…), un piano, un harmonium e un wurlizer; e un pavimento amplificato.
E una persona che cerca di essere reale.
Incredibile al giorno d’oggi.
Il tutto in un posto non adatto, come fare un cena a lume di candela in un cesso della stazione. Ma lui ci è riuscito lo stesso.
Caro Bruce, non so se leggerai mai qte righe (non so se io le ri-leggerò mai!), ma il mio grazie, il nostro grazie non può che arrivarti, è inevitabile come l’acqua.
Let it rain
Your blood brother,
darione

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